Genitori a scuola
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Pc, viaggi e libri gratis per i prof

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Pc, viaggi e libri gratis per i prof

Messaggio  Gilberto Carron il Ven Gen 13, 2012 7:56 pm

Il ministero vuole premiare i docenti, sta studiando alcuni provvedimenti

Lo scrittore Alessandro D'Avenia nel suo articolo 'Ma la gioia di vivere dipende solo da noi' pubblicato il 4 dicembre aveva chiesto ai professori uno scatto emotivo: gli studenti chiedono di essere ascoltati per trovare il loro posto nel mondo, per conoscere sé stessi. Ecco la riposta dei due sottosegretari all'Istruzione alle parole di D'Avenia.


Marco Rossi Doria, sottosegretario all’Istruzione, chiede sostegno e valorizzazione per i prof. «Forse non sarà possibile aumentare gli stipendi ma si potrebbero regalare pc o corsi di studio all’estero o buoni acquisto per libri». I prof li meritano, avverte, per il loro lavoro silenzioso e negli ultimi anni anche denigrato, con i ragazzi.

Eppure i ragazzi cercano sé stessi e, secondo D’Avenia, i prof non li ascoltano.
«La scuola fa già tantissimo. Decine e decine di migliaia di insegnanti sono guide competenti per gli studenti».

Che significa essere guide competenti nel 2011?
«Significa saper ascoltare i ragazzi senza diventare loro amici, senza collusività né giudizi sprezzanti. Significa essere adulti di riferimento perché la scuola deve saper presidiare il limite e le regole ma deve anche saper ascoltare».

Non c’è il rischio di confondere la scuola con lo studio di uno psicologo?
«C’è chi ritiene che a scuola si vada per apprendere e basta. In parte è vero perché la scuola ha un compito e non può diventare un luogo emotivo. Però l’apprendimento non viene trasmesso solo in classe e le scuole devono diventare il luogo della riorganizzazione del sapere, quindi devono essere in grado di interagire con tutto quello che arriva dal mondo esterno. Insomma, le scuole hanno un ruolo molto più complesso e ampio rispetto al passato».

Che cosa si insegna?
«Bisogna dare ai ragazzi gli strumenti per diventare persone serie, in grado di capire sé stessi ma anche di fare il proprio dovere. Bisogna insegnare loro a socializzare perché le generazioni precedenti imparavano le regole del rapporto con gli altri in strada, nei cortili, in dimensioni comunitarie ormai scomparse. Infine, a noi insegnanti spetta il compito di ricordare il limite, le regole ma è più difficile farlo rispetto al passato perché le famiglie e la società non pretendono più il rispetto di regole e limiti in modo altrettanto chiaro. Questo confonde i ragazzi che hanno le potenzialità per essere sé stessi ma hanno più bisogno di prima di essere guidati. Questo non significa essere psicanalisti, a noi docenti spetta solo il ruolo di portatori della ricerca e di un metodo».

Tutto questo è bellissimo, ma quanti professori lo fanno davvero?
«E’ vero, c’è anche chi non è all’altezza, è sempre stato così, anche in passato. Ma è vero anche che ogni giorno un milione di persone si sveglia e per uno stipendo che supera di poco quello di un operaio si occupa dei nostri figli in uno scenario profondamente mutato, ci vuole un grande grazie pubblico a queste persone. E ci vuole un sostegno».

Farete qualcosa come governo?
«Stiamo lavorando per un riconoscimento pubblico dei prof.Forse la crisi non ci permetterà di aumentare gli stipendi ma potremmo regalare pc, o dare loro la possibilità di andare nel mondo o buoni acquisto per libri».
In questi ultimi anni si è parlato in modo molto diverso dei docenti: li hanno dipinti come fannulloni, privilegiati, ignoranti, lenti a adeguarsi alle nuove tecnologie.
«Esistono anche i fannulloni ma la gran parte dei docenti sta facendo un lavoro molto diverso da quello per cui sono stati preparati e lo fanno in silenzio, senza clamori. Chi ha parlato dell’immenso lavoro dei professori che durante l’alluvione di Genova hanno garantito il trasferimento di centinaia di ragazzi da un luogo all’altro? Chi si rende conto di quante piccole e grandi tragedie vengono evitare ogni giorno o di quante strade nuove si schiudono nei nostri ragazzi per merito dei professori?»

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Elena Ugolini, sottosegretario all’Istruzione, che cosa può fare la scuola per dare una risposta ai giovani che cercano sé stessi?
«Il problema riguarda innanzitutto noi adulti che non possiamo dare quello che non abbiamo. I ragazzi chiedono sempre di essere aiutati ‘a trovare il loro posto nel mondo’, ma siamo presi da talmente tante cose che non ce ne accorgiamo, non lasciamo loro lo spazio per essere presenti davanti a noi con la loro unicità. Nessuna legge potrà mai rendere un docente capace di ‘aiutare un ragazzo ad essere sé stesso’, ma si possono sicuramente porre le condizioni perché la scuola sia un luogo dove questo desiderio è continuamente a tema tra insegnanti, genitori e dirigenti».

Come deve rispondere un professore a questa domanda?
«Non deve smettere di insegnare italiano, matematica, fisica o scienze per trasformarsi in uno psicologo. Anzi. Proprio attraverso il lavoro quotidiano che si dovrebbe fare leggendo un testo, imparando a scrivere, scoprendo una legge fisica, facendo un'esperienza in laboratorio che si può prendere sul serio le domande dei ragazzi fino al punto di aiutarli a ‘trovare la loro strada’. Il più bel telegramma di congratulazione che ho ricevuto per la mia nomina è stato quello della mia docente di Filosofia al Liceo. ‘Con antica stima’, c'era scritto. Avevamo idee diverse ma era preparata e mi/ci stimava. I ragazzi sono il nostro specchio. Le loro debolezze sono le nostre incertezze. E' sugli adulti che si deve lavorare».

Se sono gli adulti il problema è ancora più difficile sperare di arrivare ad una soluzione.
«Ci sono sempre dei colleghi a cui si può guardare e dei maestri da cui imparare. La scuola deve essere un luogo in cui gli insegnanti si aiutano nel compito che hanno. I dirigenti scolastici dovrebbero avere questa come prima preoccupazione , ma non è affatto scontato».

E il ministero che cosa può fare?
«Aiutare i ragazzi a diventare grandi richiede energia, tanta pazienza e passione: il Ministero deve valorizzare i docenti, rimettere al centro delle riflessioni la loro professionalità, e sostenere il loro lavoro. Sono loro che possono fare la differenza nelle 1000 ore che i ragazzi passano in media a scuola ogni anno. Per fare scuola occorre andare a scuola, sempre. I docenti devono aver lo spazio per studiare, per riflettere insieme sul lavoro che fanno, per aggiornarsi. Anche i genitori devono fare la loro parte: il loro atteggiamento può aiutare i professori a ritrovare il senso del loro lavoro».

Insomma bisogna fare formazione. Ma è anche vero che la sensibilità non si insegna. Non sarebbe più utile stabilire le caratteristiche che un insegnante dovrebbe avere e selezionare su questa base i futuri docenti?
«Le nuove modalità di formazione iniziale degli insegnanti segnano un passo in avanti importante perchè prevedono un anno di tirocinio formativo attivo con centinaia di ore svolte a scuola sotto la guida di tutor, a contatto diretto con gli studenti. E' solo entrando in una classe o in un laboratorio, infatti, che si può capire se l'insegnamento è ciò per cui è la professione per ci si è ‘vocati’, ed il giudizio sul tirocinio avrà un peso fondamentale nell'esame finale. Questo provvedimento è ancora fermo e da quattro anni i giovani laureati che desiderano insegnare non hanno la possibilità di conseguire l'abilitazione. Se incrociamo questo dato con il fatto che l'ultimo concorso per i docenti risale al 1999 e che le graduatorie aperte da 11 anni sono diventate ad esaurimento, è chiaro che ci sono tutte le condizioni per cambiare. E' giusto che le persone in graduatoria entrino , come previsto per legge, sul 50% dei posti disponibili, ma è anche giusto prevedere l'ingresso di nuove forze e ripensare alla modalità con si reclutano gli insegnanti . E' una delle richieste che ci ha fatto l' Europa».
Flavia Amabile
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Gilberto Carron

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