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Progetto Erasmus i 25 anni che hanno fatto gli europei
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Progetto Erasmus i 25 anni che hanno fatto gli europei
Celebrato ieri l'anniversario del programma di scambi. Ha dato un'identità comune ai giovani di tre generazioni
In Europa c’è un piccolo Stato popolato da due milioni e mezzo di persone. Uno Stato transnazionale, i cui abitanti hanno dai 20 ai 45 anni. Sono i figli dell’Erasmus, quelli che a un certo punto della loro vita hanno riempito la valigia di libri e speranze e sono partiti per un viaggio. Un progetto che, una volta fatta l’Europa, ha contribuito a fare gli europei. Per qualcuno di loro l’Erasmus è un bagaglio di conoscenze linguistiche, culturali e professionali in cui rovistare una volta tornati a casa. Per altri un trampolino per viaggiare e lavorare in tutta Europa, facendoli sentire a casa in ogni angolo del Vecchio Continente.
Sono passati 25 anni dal lancio del programma Erasmus, un’esperienza che ha coinvolto tre generazioni di studenti. I primi, i quarantenni di oggi, sono partiti alla fine degli Anni Ottanta: in tasca avevano i gettoni per telefonare a casa, uno walkman in cui inserire musicassette e una macchina fotografica di quelle che non vedevi l’ora di arrivare a 24 scatti per far sviluppare il rullino. Prima di tornare a casa hanno riempito il diario con indirizzi e numeri telefonici.
Gli ultimi, i ventenni, sono in giro in questi giorni: ascoltano musica con l’iPod, telefonano con l’iPhone e le fotografie delle loro feste finiscono su Facebook prima ancora che ci si renda conto di averle scattate. In mezzo i trentenni, partiti all’inizio del Terzo Millennio a bordo dei primi voli low cost, dove l’unica preoccupazione era spegnere il cellulare, un aggeggino all’epoca considerato «rivoluzionario» perché consentiva di mandare sms.
Tre generazioni diverse, legate da un flo conduttore. Andare in un Paese straniero conoscendo sì e no qualche parola della lingua. Districarsi in uno slalom tra mille ostacoli burocratici. Insormontabili, a prima vista. Poi, la discesa. La lingua che giorno dopo giorno si fa sempre più familiare, l’università che si trasforma nella propria casa, gli esami superati senza particolari difficoltà e una famiglia composta da individui provenienti da ogni parte d’Europa. Con cui magari condividere un’improbabile cena a base di «gulash» e «kalimotxo», la bevanda a base di vino rosso e Coca-Cola in voga nei Paesi Baschi.
Tutti elementi utili al conseguimento della «cittadinanza Erasmus», uno status che anno dopo anno sta contribuendo alla formazione di una vera Unione Europea, un insieme di Stati composti da persone in grado di vivere e lavorare spostandosi da un Paese all’altro.
Ieri Androulla Vassiliou, Commissario europeo responsabile per l’istruzione e la cultura, ha celebrato il 25˚ anniversario del progetto Erasmus e con un piccolo esempio ha fatto capire quanto sia prezioso creare una generazione di «veri» europei: «La Spagna è piena di ragazzi che si laureano in ingegneria, ma il mercato del lavoro è saturo. Discorso opposto in Germania, dove la richiesta di ingegneri è altissima. Questi scambi sono un ottimo antidoto alla disoccupazione giovanile».
Già, perché il mercato del lavoro non può più avere confini e una formazione transnazionale è tra le voci più importanti del curriculum.
E dal 2014 si farà un altro passo avanti. L’Unione Europea sta preparando il progetto «Erasmus per tutti», che estenderà gli scambi anche agli studenti della formazione professionale, alle aziende e al mondo del volontariato, con una platea di cinque milioni di destinatari. I confini dello Stato Erasmus si allargano. L’Europa, finalmente, prende forma.
MARCO BRESOLIN
In Europa c’è un piccolo Stato popolato da due milioni e mezzo di persone. Uno Stato transnazionale, i cui abitanti hanno dai 20 ai 45 anni. Sono i figli dell’Erasmus, quelli che a un certo punto della loro vita hanno riempito la valigia di libri e speranze e sono partiti per un viaggio. Un progetto che, una volta fatta l’Europa, ha contribuito a fare gli europei. Per qualcuno di loro l’Erasmus è un bagaglio di conoscenze linguistiche, culturali e professionali in cui rovistare una volta tornati a casa. Per altri un trampolino per viaggiare e lavorare in tutta Europa, facendoli sentire a casa in ogni angolo del Vecchio Continente.
Sono passati 25 anni dal lancio del programma Erasmus, un’esperienza che ha coinvolto tre generazioni di studenti. I primi, i quarantenni di oggi, sono partiti alla fine degli Anni Ottanta: in tasca avevano i gettoni per telefonare a casa, uno walkman in cui inserire musicassette e una macchina fotografica di quelle che non vedevi l’ora di arrivare a 24 scatti per far sviluppare il rullino. Prima di tornare a casa hanno riempito il diario con indirizzi e numeri telefonici.
Gli ultimi, i ventenni, sono in giro in questi giorni: ascoltano musica con l’iPod, telefonano con l’iPhone e le fotografie delle loro feste finiscono su Facebook prima ancora che ci si renda conto di averle scattate. In mezzo i trentenni, partiti all’inizio del Terzo Millennio a bordo dei primi voli low cost, dove l’unica preoccupazione era spegnere il cellulare, un aggeggino all’epoca considerato «rivoluzionario» perché consentiva di mandare sms.
Tre generazioni diverse, legate da un flo conduttore. Andare in un Paese straniero conoscendo sì e no qualche parola della lingua. Districarsi in uno slalom tra mille ostacoli burocratici. Insormontabili, a prima vista. Poi, la discesa. La lingua che giorno dopo giorno si fa sempre più familiare, l’università che si trasforma nella propria casa, gli esami superati senza particolari difficoltà e una famiglia composta da individui provenienti da ogni parte d’Europa. Con cui magari condividere un’improbabile cena a base di «gulash» e «kalimotxo», la bevanda a base di vino rosso e Coca-Cola in voga nei Paesi Baschi.
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